L’Armenia è un paese dalla storia ricca e millenaria. La capitale, Erevan, fu fondata nel 782 a.c. in quella zona dell’Asia mediorientale a ridosso della catena caucasica, tra il Mar Nero e il Mar Caspio, oggi chiamata Caucaso Meridionale.
In questa regione di montagne e di fiumi si scrive la ricca e travagliata vicenda del popolo armeno. Una storia segnata da incessanti lotte e dominazioni da parte delle civiltà egemoni che in quest’area del Medio oriente vedono confluire i loro limiti territoriali. L’Armenia, infatti, è stata contesa per secoli tra l’impero Russo, quello Turco-Ottomano e il Persiano.
La delicata posizione di cuscinetto tra queste grandi potenze storiche ha fatto sì che il popolo armeno maturasse un tenace sentimento d’orgoglio nella preservazione delle proprie tradizioni (prima fra tutte il cristianesimo), ma ha stimolato, al contempo, un proficuo scambio culturale che ha conferito agli armeni un’indole aperta ed intraprendente, un’intelligenza vivace, e soprattutto uno spirito moderno.

Artavazd Pelechian nasce il 22 febbraio del 1938 a Leninakan (attuale Gyumri), città del nord-est quasi al confine con la Turchia. L’Armenia è una Repubblica Sovietica già da un ventennio, e lo sarà fino al 1991, anno dell’indipendenza. La vicenda personale di Pelechian si lega, dunque, agli avvenimenti storici della grande madre Russia.
Riceve una formazione tecnica e intraprende la carriera di disegnatore industriale. Come nella migliore tradizione sovietica, la formazione tecnico-scientifica non preclude l’interesse per le discipline artistiche, quali la musica e il cinema. Lo stesso Pelechian ha rievocato in un’intervista quelle accese discussioni con i compagni sul cinematografo, ed ha ricordato come spesso si trovasse a sostenere delle tesi impopolari che non sortivano particolare consenso.

L’idea di mostrare come le sue riflessioni potessero trovare una degna applicazione artistica, lo spinge ad iscriversi nel 1963 alla più antica e prestigiosa scuola di cinematografia del mondo, il VGIK di Mosca. Nei quattro anni in cui frequenta il corso di regia, seguono approfonditi studi sui maestri della cinematografia sovietica, Eisenstein, Vertov, Romm, Yutkevich, Parajanov, ma anche Fellini, Pasolini, Antonioni, Godard e Resnais. Si profila intanto quel cammino personale, spesso solitario, rivolto alla sperimentazione di una nuova concezione di montaggio, di un’originale teoria filmica che risponderà al nome di “montaggio a distanza”.
Al VGIK realizza i cortometraggi Pattuglia di montagna (1964), Il cavallo bianco (realizzato nel 1965 insieme a R. Tsourtsoumi), La terra degli uomini (1966), e nel 1967 si diploma con un film di montaggio dedicato al 50° anniversario della Rivoluzione d’Ottobre, Il Principio.

Con la realizzazione del film Noi (1969) si compie la maturazione artistica di Pelechian. I precedenti lavori sono un saggio del suo talento, ma non riflettono ancora quei principi e quella poetica che lo renderanno unico nella storia del cinema. Il film, prodotto dalla Studio d’ Erevan, è un poema in immagini e musica dedicato all’Armenia e al suo popolo. Finalmente Pelechian riesce ad impiegare le intuizioni sul montaggio e sulla costruzione filmica che costituiscono l’essenza della sua nuova teoria, “ il montaggio a distanza”. Il film riceve il Gran Prix al Kurzfilmtage Festival d’Oberhausen del 1970.
Nello stesso anno realizza il cortometraggio Gli Abitanti, uno tra i più belli e drammatici omaggi agli abitanti del pianeta, gli animali. Il film rappresenta l’armonia e la bellezza del creato animale sconvolta all’improvviso da un’ondata di panico collettivo causata dall’incalzare dell’uomo, tiranno e sterminatore del regno animale.

Tra il marzo 1971 e il gennaio 1972, formalizza le sue teorie cinematografiche nel saggio intitolato “Il montaggio a contrappunto o la teoria del montaggio a distanza”, che sarà incluso nel libro Moe Kino (Il mio Cinema) pubblicato nel 1988.
Nel 1972 realizza l’ennesima opera maestra, intitolata Le Stagioni. La vita scandita dalle stagioni mostra un difficile ma sereno compromesso tra l’uomo e la natura, uno tra i temi più cari al nostro autore. Il tragico e il burlesco sono facce della stessa medaglia e la lirica raggiunge livelli altissimi nell’interazione fra musica (Vivaldi) e immagini. Il film vede la collaborazione alla fotografia di Michail Vartanov, forse il più stretto collaboratore del grande regista Sergei Parajanov.

Nel 1982 Pelechian filma un lungometraggio dedicato alle conquiste spaziali, Il Nostro Secolo. Il film racconta le delicate fasi che precedono un lancio spaziale ed abborda una volta ancora il tema della sfida che l’uomo lancia nei confronti delle forze della natura. Anche qui il tragico si fa comico, nei volti sfigurati degli astronauti durante i tremendi test di preparazione, e nelle sequenze che mostrano gli innumerevoli crash della storia dell’aviazione moderna. Nel 1990 Pelechian editerà una versione del film ridotta a trenta minuti.

Sono passati vent’anni dall’inizio della sua carriera e il grande pubblico ignora tuttavia l’eccezionale opera di questo cineasta. Il clima d’apertura voluto dalla politica di Gorbachov favorisce, alla metà degli anni ’80, una timida circolazione delle opere sovietiche, ed è, infatti, in questi anni che si organizzano le prime proiezioni dei suoi film, grazie, tra le altre cose, al prezioso intervento del critico francese Serge Daney. Dopo Rotterdam, Parigi, Pesaro, Nyon e Marsiglia, Pelechian riceve infine il giusto riconoscimento dei critici, che già lo acclamano come uno tra i più grandi cineasti viventi.

Tra il 1992 e il 1993 realizza altri due cortometraggi, Fine e Vita, mentre la stampa specializzata - soprattutto francese - comincia a dedicargli il meritato spazio. Gli anni ’90 vedono fiorire in tutto il mondo un numero incredibile di Festival dedicati al cinema documentario, e non mancano per fortuna le retrospettive su Pelechian.
Ancor oggi il grande pubblico è lontano dal conoscere la sua opera. Una grave ingiustizia che se non altro serve da stimolo ad impiegare le energie possibili affinché il nome Artavazd Pelechian abbia, in un futuro prossimo, la stessa magica risonanza di un Tarkovsky o di un Godard.



 

   


 

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